Iter procedurale: dall’introduzione del libello alla sentenza

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Il quadro normativo essenziale di riferimento è presentato dalle norme contenute nel Codice di Diritto Canonico del 1983, dall’Istruzione del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi Dignitas Connubii del 2005 e dal Motu Proprio di Papa Francesco Mitis Iudex Dominus Iesus del 2015 (a questi testi normativi ci si riferirà – in questo articolo e in tutte le altre pagine del sito – citandone rispettivamente gli acronimi ‘C.D.C.’ , ‘D.C.’ e ‘M.I.D.I.’).

Preliminare al processo è la consulenza pregiudiziale, che può essere offerta a titolo gratuito dalla Commissione Diocesana per la Pastorale Familiare oppure dal Patrono Stabile. E’ possibile effettuare la  consulenza anche presso uno degli Avvocati iscritti all’Albo degli Avvocati e Procuratori di questo T.E.I.S., anche se in tal caso non si può assicurare la gratuità della prestazione. Tale consulenza ha lo scopo di:

  1. verificare la sussistenza di un fondamento giuridico, tecnicamente definito fumus boni iuris (cioè fumo, parvenza di buon diritto), la cui presenza è condizione necessaria per poter iniziare un procedimento di nullità matrimoniale;
  2. individuare gli eventuali capi di nullità;
  3. fornire il necessario supporto per la preparazione del libello e per le informazioni utili a reperire i documenti da allegare al medesimo.

Le fasi che compongono il processo sono sostanzialmente quattro: la fase introduttoria, la fase istruttoria, la fase dibattimentale e la fase decisoria.

  1. La fase introduttoria comprende:
    • Individuazione del Tribunale competente a trattare la causa di nullità del matrimonio, di norma quello del luogo della celebrazione del matrimonio, o del domicilio o quasi-domicilio di una o di entrambe le parti, oppure del luogo in cui si deve raccogliere la maggior parte delle prove (canoni 1672 e 1673 del C.D.C. e articoli 8-21 della D.C.);
    • Presentazione del libello da parte di uno dei coniugi (che è ‘parte attrice’) o anche di entrambi, qualora intendessero avanzare insieme la richiesta di nullità con il ‘libello congiunto’. Il libello è fondamentale anzitutto perché «il Giudice non può prendere in esame alcuna causa se non gli venga presentata domanda da parte di chi […] ha il diritto di impugnare il matrimonio» (articolo 114 della D.C. e canone 1501 del C.D.C.); in secondo luogo perché esso, tra l’altro, deve contenere, «anche se non necessariamente con parole tecnicamente precise, la ragione della domanda e cioè il capo o i capi di nullità per i quali il matrimonio è impugnato» (articolo 116 § 1 n.2 della D.C.), indicando, «almeno sommariamente, su quali atti e su quali mezzi di prova l’attore si basa per dimostrare ciò che si asserisce» (articolo 116 § 1 n.3 della D.C. e canone 1504 n.2 del C.D.C.). Le ragioni che andranno a costituire i capi di nullità devono necessariamente riferirsi al periodo antecedente la celebrazione delle nozze. Gli eventi e le circostanze avvenute in costanza di matrimonio aiuteranno nella ricerca della verità processuale;
    • Citazione in giudizio dell’altro coniuge (che è “parte convenuta”), atto con il quale l’istanza comincia ad essere pendente (articolo 129 della D.C.), e contestuale designazione da parte del Vicario Giudiziale del Difensore del vincolo (articolo 118 della D.C.);
    • Concordanza del dubbio, cioè la determinazione e la fissazione, da parte del Vicario Giudiziale, dei motivi giuridici (peraltro modificabili nel corso del processo, ai sensi del canone 1513 § 3 del C.D.C. e dell’articolo 136 della D.C.) per i quali si domanda la nullità e sui quali, dunque, si dovrà indagare. La formula del dubbio, infatti, «determina la materia che deve essere oggetto dell’indagine» (articolo 160 della D.C.) e la sentenza dovrà rispondere su tali capi. Contestualmente alla formulazione del dubbio, il Vicario Giudiziale costituisce il Collegio giudicante, formato da tre Giudici, di cui uno è il Presidente di Turno. A lui spetta designare il ponente tra i Giudici che compongono il Collegio; il Giudice Ponente, o relatore,  può svolgere l’istruttoria della causa, deve fare la relazione della causa nella riunione dei Giudici, deve scrivere la decisione  sotto forma di risposta al dubbio proposto e deve redigere per iscritto la sentenza (cf. D.C., art. 47).
  2. La fase istruttoria, nel corso della quale vengono raccolte, sotto la guida del Giudice, le prove, che possono essere «di qualsiasi genere, sempre che esse appaiano utili per la decisione della causa e siano lecite» (articolo 157 § 1 della D.C.). Le prove vengono proposte dalle parti, private e pubbliche, o anche cercate e acquisite d’ufficio dal Giudice. Tali prove sono costituite dalla deposizione delle parti e dei testimoni, da eventuali prove documentali, da perizie (di parte e/o d’ufficio) e da presunzioni.
  3. La fase dibattimentale, che, nell’ordine, contempla:
    • La pubblicazione degli atti (canone 1598 § 1 del C.D.C. e articolo 229 § 1 della D.C.), con la quale, tramite un Decreto del Giudice, viene data facoltà alle parti, ai loro Avvocati e al Difensore del vincolo di prendere visione degli atti istruttori, con un effettivo esercizio del diritto di difesa. Durante tale fase possono essere avanzate dagli aventi diritto ulteriori richieste istruttorie, la cui utilità (e/o fondatezza) sarà valutata dal Giudice (articolo 236 della D.C.);
    • La conclusione in causa, sancita con apposito Decreto emesso dal Giudice nel momento in cui ritiene che la causa sia stata sufficientemente istruita. In questa fase del processo le parti, generalmente tramite gli avvocati, espongono per iscritto, con facoltà di replica, le proprie argomentazioni a favore della dichiarazione di nullità  o contro la medesima (articoli 243-245 della D.C.).
  4. La fase decisoria coincide con la riunione del Collegio dei tre Giudici, i quali possono dichiarare la nullità del matrimonio solo se hanno raggiunto, almeno a maggioranza, la certezza morale della stessa, ossia quando «resti del tutto escluso qualsiasi dubbio prudente positivo di errore, tanto in diritto quanto in fatto, ancorché non sia esclusa la mera possibilità del contrario» (articolo 247 § 2 della D.C.). Da annotare che il numero dei Giudici componenti il Collegio può essere elevato a cinque dal Moderatore del Tribunale nelle cause più difficili o di maggiore importanza (canone 1425 § 2 del C.D.C.).
    La relazione della sentenza, debitamente motivata in diritto e in fatto, deve essere redatta dal Giudice entro un mese dalla decisione collegiale. È possibile che il Tribunale, qualora vi fossero fondate ragioni di ritenere che possa sussistere o ripresentarsi la situazione che ha determinato la nullità del matrimonio, decida di apporre il divieto a passare a nuove nozze ad una o ad ambedue le parti in causa, inconsulto Ordinario o inconsulto Tribunali. Tale divieto può essere in seguito rimosso previa consultazione dell’Ordinario del luogo del domicilio della parte richiedente la rimozione di detto divieto (articolo 251 della D.C.).
    La Relazione della sentenza, una volta redatta dal Giudice relatore e sottoscritta da tutti i componenti del Collegio giudicante e dal Cancelliere del Tribunale, deve essere pubblicata e notificata alla parte attrice, alla parte convenuta e al Difensore del vincolo, i quali hanno 15 (quindici) giorni di tempo dall’avvenuta notifica per presentare formale appello al Tribunale di secondo grado o al Tribunale della Rota Romana. In caso contrario, la sentenza diviene automaticamente definitiva ed esecutiva. Prima della pubblicazione, la sentenza non ha alcun valore, neppure se il suo dispositivo, su autorizzazione del Giudice, fosse stato reso noto alle parti (Cfr. D.C., art. 257 e can. 1614 del C.D.C).
    La parte che si sentisse gravata dall’esito della sentenza può interporre appello.

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